Il fenomeno populista e l’incapacità di farvi fronte

Il fenomeno populista e l’incapacità di farvi fronte

La democrazia rappresentativa è considerata – per la maggior parte dei costituzionalisti – l’unico meccanismo possibile in grado di attribuire la sovranità decisionale al popolo. Tramite l’istituto della rappresentanza, i cittadini di fatto eleggono i propri rappresentanti sulla base di ideologie e proposte condivise.
Ma l’abuso dell’art. 67 della Costituzione (il quale, non prevedendo il vincolo di mandato, conferisce piena libertà alle scelte intraprese dai parlamentari, anche disattendendo quanto promesso in campagna elettorale), i grandi scandali che hanno colpito i partiti e i loro metodi di finanziamento, la scarsa qualità e competenza dei protagonisti della scena politica italiana, hanno contribuito a mettere in crisi questo illuminante istituto.  Di pari passo, come egregiamente delineato dal giurista Massimo Luciani, assistiamo ad una <<crisi del rappresentato>>, ossia di quei cittadini che smarriti dalla scomparsa dei vecchi paradigmi “destra” e “sinistra”, non riescono a riconoscersi in nessun partito o schieramento. Da qui derivano due conseguenze del tutto contrastanti con un sistema realmente democratico: l’esplosione dell’astensionismo e l’emergere dei populismi.
Come già discusso in un articolo precedente, l’imbarbarimento del linguaggio impoverisce la politica. Ed il lessico politico degli ultimi anni è esattamente uno dei frutti nocivi prodotto del fenomeno populista dilagante.

Occorre partire dalla definizione attribuita al termine dal vocabolario Treccani:
“Atteggiamento ideologico che, sulla base di principî e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi “.
In altra ottica, il populismo sembra voler concedere al popolo quel potere decisionale che non gli viene degnamente garantito dall’attuale sistema democratico rappresentativo. Come arrivare a tale obiettivo, però, è il grande vulnus cui vanno incontro movimenti/partiti che si ispirano a tale ideologia.
Il caso emblematico è rappresentato proprio dall’esperienza italiana e dall’ascesa del Movimento fondato da Beppe Grillo. Sorto dalla rabbia e dal giustificato sentimento di rivalsa di milioni di italiani, il comico genovese non è riuscito a prevedere un sistema corretto e trasparente che potesse concretizzare la tanto osannata democrazia diretta.
Di fatto, l’impossibilità di controllare la veridicità dei voti espressi sul portale “Rousseau” e – soprattutto – l’esclusiva in capo ad un sedicente “Staff” di decidere quali scelte o meno porre in votazione, è inconcepibile in un sistema di democrazia diretta e dissacra solennemente l’ambizione di restituire ai comuni cittadini il potere di influire sulle decisioni della propria comunità.
Per democrazia diretta, infatti, si deve intendere unicamente la possibilità per tutti gli appartenenti ad una comunità di porre in essere votazioni, di esprimere qualsivoglia preferenza ad essa e, infine, la totale assenza di intermediazione. Come facilmente intuibile, questi canoni sono inapplicabili nello scenario delle democrazie odierne.

Mettendo da parte la “fattibilità” del fenomeno, occorre analizzare l’opportunità politica di tale ideologia.
La domanda è semplice: siamo sicuri che il populismo sia la strada maestra per riportare i cittadini a riavvicinarsi alla politica? E, soprattutto, il popolo è realmente “depositario di valori totalmente positivi” ?
A giudicare dalla storia e dai casi emblematici in cui il popolo in senso ampio è stato a chiamato a decidere, la risposta ai due quesiti è certamente negativa.
Il populismo, dunque, mediante slogan sparati a raffica e non supportati da alcuna argomentazione, rischia di scalfire i contorni di una democrazia già troppo spesso messa in pericolo. Inoltre, l’intermediazione tra cittadini e le scelte che condizioneranno il futuro di tante persone appare un elemento necessario in uno Stato che conta più di 60 milioni di abitanti.

Il problema contingente non è il populismo in senso stretto (le cause che hanno portato ad una tale deriva sono reali e tuttora vigenti), ma l’incapacità da parte dei partiti politici di farvi fronte. Occorre ripensare ai meccanismi di partecipazione, incentivando strumenti quali referendum propositivi e l’ascolto effettivo dei soggetti interessati da una determinata decisione. I cittadini devono poter aver l’opportunità di esprimersi, ma la scelta spetta a chi ne abbia le competenze necessarie.
La via maestra torna ad essere la democrazia rappresentativa, con i suoi pregi e i suoi difetti.
Ma il problema potrà risolversi dando nuova linfa alla classe politica e dirigenziale: essa deve riappropriarsi del suo ruolo di guida e tutela nei confronti degli ultimi, deve riconquistare il consenso e la fiducia dei cittadini riprogrammando la bilancia economica e riducendo il gap drammatico tra persone agiate e famiglie in difficoltà. La politica deve ritornare ad essere voce ed espressione di chi, oggi, è completamente escluso dalla vita civile, economica e sociale del paese.
Soltanto così i populismi non avranno più ragione d’esistere.