L’imbarbarimento del linguaggio impoverisce la politica

L’imbarbarimento del linguaggio impoverisce la politica

L’aspetto emblematico dello scarso livello qualitativo della classe dirigenziale italiana risiede proprio nell’imbarbarimento del discorso pubblico e del linguaggio utilizzato dai nostri massimi rappresentanti.La recente dichiarazione di Beppe Grillo “vi mangerei soltanto per il gusto di vomitarvi” (riferita a quei giornalisti postati sotto l’albergo in cui soggiornava) è solo l’ultimo atto di una tendenza negativa intrapresa, oramai, più di 20 anni fa o, più precisamente, dalla fine della prima Repubblica. Con l’introduzione del format televisivo e dei suoi canoni di “immediatezza” e “semplicità”, espressioni come <<foera dai ball>> di Umberto Bossi o i vari vaffa di La Russa e dello stesso Grillo sono diventati termini comuni nel lessico politico. Persino l’appellativo di <<cog***ni>> (affibbiato da Berlusconi a tutti coloro che votavano contro di lui) non suscitò quel clamore auspicabile rispetto ad un’offesa di tale portata.
L’utilizzo di un linguaggio semplice, vicino alla gente comune, con parole e frasi comprensibili inserite in contesti sicuramente molto complessi, è la scusa perpetrata da tanti per giustificare un tale decadimento. Ma se l’obbiettivo era l’aumento della partecipazione dei cittadini e la passione verso la politica, il lessico volgare e caratterizzato dal turpiloquio costante ha dimostrato chiaramente di allontanare ancora di più quei cittadini scoraggiati da un quadro politico non certo entusiasmante .
Le cause di una simile degenerazione sono molteplici: l’influenza del mondo televisivo, come già accennato in precedenza, e di quei reality seguiti in massa dagli italiani è sicuramente un punto rilevante. I politici, infatti, dimenticando il loro ruolo di guida e rappresentanza, si proiettano in ring mediatici e, a colpi di slogan ed offese gratuite, provano a prevaricare sull’avversario. L’obbiettivo non è più affinare le proprie tesi e le proprie proposte (le quali vengono propagandate mediante slogan a raffica privi di contenuto ideologico e pratico) ma “abbattere” l’avversario, ingiuriarlo, disinnescarlo. L’elezione di Donald Trump è l’esempio illuminante sulla deriva dei nostri tempi: grazie a frasi brevi e slogan violenti, è riuscito ad imporre le proprie parole d’ordine (e, dunque, una sua apparente visione), indipendentemente e al di là di qualunque argomentazione.
Pur nei casi in cui una simil frustazione sarebbe ampiamente giustificabile, i politici rinunciano a spiegarne i motivi nei dettagli e preferiscono scadere in frasi brevi ma forti, che fanno rumore. Lo scopo è arrivare prima ed in fretta nella mente e nella percezione del popolo. Ma l’astensione costante che supera quasi il 50% degli aventi diritto ad ogni tornata elettorale, dimostra chiaramente come questa strategia sia controproducente.

Una nuova stagione ci attende: la politica deve riappropriarsi del proprio ruolo di guida nobile per il popolo. Gli onorevoli devono meritarsi un titolo del genere ed i cittadini hanno il diritto di poter eleggere rappresentanti dignitosi che abbiano una proprietà di linguaggio quantomeno più elevata rispetto alla media.